Premessa

Al mercatino di Porta Portese ho trovato il manoscritto. Un grosso volume rilegato in cartapecora, cosparso delle opache macchie cenerine del tempo. Era esposto su un bancone, in mezzo a cianfrusaglie, da venditori napoletani, «Dottò, venite a vedere, che qui abbiamo i tesori antichi!», proveniente da qualche soffitta di Toledo, probabile lascito di conte decaduto che si giocò la proprietà ai cavalli, o la dissipò con le belle donne al tempo della malinconica Italia umbertina.

Una cronaca della prima metà del Settecento, l’autobiografia del Marchese del Grillo, figura che a Roma è leggendaria. Per quali strane vicissitudini tale cronaca era dunque finita a Napoli?

C’è nel testo un’altra calligrafia, più riccioluta, che interpola fatti e commenta avvenimenti, dandone a volte un diverso resoconto.

L’intervento d’un certo Arcangelino, napoletano, servitore del Marchese.

L’io narrante, quindi, e il suo doppio.
La realtà fissata, e la sua ombra.
Mi sono innamorato del personaggio, dell’epoca, e del luogo ove la vicenda si svolge.

Il personaggio, l’ultimo vero individualista della stirpe italica.
L’epoca, il secolo dei lumi, ma nella versione nostrana, colmo cioè di straccioneria, ma anche di sottile ambiguità e inquietudine.
Il luogo dell’azione: Roma, città babilonica, sacra e blasfema, da sempre indiscusso ombelico del mondo. Ahimè, molte pagine del manoscritto risultavano illeggibili per il lavorio di generazioni di tarli, la congiura del tempo e l’incuria dell’uomo.
Mi sono perciò messo al lavoro, ricucendo e completando. Spesso s’è trattato di tradurre in lingua accessibile il testo, ma senza esagerare, essendo padroni, questi prosatori settecenteschi, d’una scrittura lucida ed esatta, tagliente come una lama.

Ho anche suddiviso lo scorrere magmatico dell’azione in capitoli più o meno brevi, dando ad essi un titolo, a volte pertinente, più spesso arbitrario.
Non me ne vogliano le ceneri del Marchese del Grillo che riposano, per quanti intendano accertarsene, in quella tomba di famiglia che è nella prima cappella a destra, entrando, nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini.

L’autore, o meglio: il traduttore-restauratore

Infanzia in villa

M’acchittavo, in occasione de le feste, e partivo, tutto leccato e ’ncipriato, lo spadino e il giustacuore di velluto, andavo a Messa nella cappella de la villa chiamata “Il Buffone” del Marchese Bartolomeo, mio padre adottivo, lui che non aveva avuto figli causa la sterilità della moglie, e sempre aveva sbavato per un erede maschio, e pare che m’avesse preso trovatello, ma da indizi certi proveniente da nobile casato. Mi teneva in campagna, per quattro mesi l’anno, appena veniva la buona stagione, ed era una campagna lussureggiante, smaltata de verde, coi fiori turgidi: peonie, gladioli e creste de gallo ai lati del viottolo principale ingabbiato tra due muri a secco, a destra l’orto col gallinaro, a sinistra la vigna col frutteto. «Che significa che er Marchese Bartolomeo t’è padre putativo?», mi chiedeva Letizia, la fija piccola del fittavolo. «Significa che non è veramente mi’ padre. Sono stato adottato quann’ero piccolo quanto un involtino de panni». «Ma allora, qual è er padre tuo, quello vero?» «Ignoro chi sia mio padre», le rispondevo con mal garbo, e cambiavo argomento, tirando sassi contro l’alberi. Letizia, era mia compagna nella lunga caccia e cattura delli ragani. Li mettevamo dentro una gabbietta de vimini, poi li buttavamo alli tacchini che, singhiozzando, ne facevano ghiottissima strage. Ogni ragano preso, ma erano spesso lucertole, una ’ntacca su un passone de la vigna. Il mio lato era quello che si riempiva prima, ed era premio un bacio co’ la lingua, come avevamo sentito facessero i grandi.

Un’estate m’ammalai de febbre maligna, e smaniavo sudato nel lettuccio de la mia stanza al primo piano della villa, che era in realtà un grande e vetusto casale rimodernato. Le stanze, s’animavano degli echi dei nostri passi, un saliscendi di cameroni che, a filo di pavimento, trasudavano il mortuario fiore del salnitro. Era questa tintura che svirgolavamo con le dita, nel dipingerci la faccia pei frequenti sortilegi e segrete magie. Letizia, mi faceva compagnia. Il terzo giorno della malattia sentenziò che, se il mattino dopo non avessi sfebbrato, allora sicuro che si trattava de malocchio, e lei me l’avrebbe levato. La mattina seguente stavo ancora male, e lei venne con una scodella piena d’acqua, e ci mise dentro appaiate sette coppie de chicchi di grano. Prese a soffiarci torno torno, e negli intervalli recitava lo scongiuro. Sette frati cornalini in vigna stavan. Tre zappavan, tre vangavan, l’ultimo pregava: e l’invidia schiattava. Si prega la Vergine Maria che il malocchio lo mandi via! Poi mi faceva recitare con lei sette coppie di sette avemarie ciascuna. Il giorno dopo correvo con lei a scapicollo per la campagna, e mi bagnavo ignudo nel fosso, indove m’osservavano curiose l’anitrelle coi loro occhietti brunodorati. Ma nelli giorni de pioggia, quando il cortile diventava tutto un pantano zaccheroso, dicevamo al sor Adriano, il nonno cucco di Letizia che scatarrava tutto il giorno appiccicato allo stipite del caminetto: «A nonné, salute a voi, noi annàmo a giocà ne le soffitte». Iniziava l’arrampicata fino a quella piazza d’armi. L’ultima scala era di legno, con li gradini che scrocchiavano a ogni passo. All’entrata de la soffitta pendeva “er crocifisso turco”, un Cristo dalla faccia tignosa, due baffi alla mongola, che ogni volta che ci passavamo sotto intignava a mostrarci una smorfia de disapprovazione. Ma tanto noi entravamo lo stesso. Letizia avanti, lei che mi teneva per mano, e tirava, ridarella, li capelli biondo castagnaccio legati da una fettuccia ingrommata de terra, du’ melarose nelle guance, “Marchesino, Marchesino, capriccioso ragazzino”, canterellava, e ogni volta pijavo d’aceto, ma in fondo lo gradivo, quel canzonamento, pregustavo la vendetta che mi sarei presa di lì a poco. Entravamo nel grande spazio. Sacconi di grano ammassati a piramide, ilraccolto dell’annata. Tavolate di frutta a stagionare: mele limoncelle, cotogni, pere spadone. Una parata di fichi secchi sulla spianatora, una dovizia di canestrelli de mandorle e nocchie e, quand’era autunno avanzato, la ghiottonizia dei festoni d’uva, una grazia di Dio appesa in grappoli enormi, una cornucopia debordante, gli acini raggrinziti, maculati de gocce zuccherine, pendevano da una trave enorme, da me ribattezzata “l’architrave der celo”. «Vedi, Letì? Regge il Paradiso, quella trave…». E Letizia m’ascoltava attenta, l’occhi negri due fessure feline, pigmentati d’oro, ci credeva enormemente, lei, o almeno fingeva bene, esigendo poi ogni volta che le enumerassi le cento categorie d’angeli, arcangeli, cherubini, serafini, troni, potestà e dominazioni che sovrintendono all’universo cielo, ed hanno misterioso influsso sullo spuntare dell’erba e il passare delle stagioni, sul caglio del latte e il maturare del seme nel ventre de le donne, secondo quanto m’aveva insegnato nel suo catechismo eterodosso il cappellano di Casale Falconieri, sulla strada per Tolfa. Appeso sbilenco a una parete, lesionato da vistose crepature, un quadro. Nel colore innegrato tra sciabolate di luce nell’ombra un cavallo bianco rampava contro una squadra di bravi appiedati; un cavaliere lo cavalcava, perduto a terra il cappello piumato, l’occhi sfiammeggianti, più offeso che spaventato dall’agguato campestre, il viso radiante come sole, spagnolesco maramaldo che non doveva lasciarsi passare sotto il naso impunemente una mosca; chissà chi era e perché il suo ritratto era finito esiliato in quella soffitta, vittoria di nemici paurosi dell’ardire suo e de la bellezza, mi’ padre, forse era lui, il genitore vero che non conoscevo, e sempre lo chiamavo in soprassalti de notti insonni co’ nomi valenti e azzeccosi. Quante volte l’apparire di quella figura, la rinnovata meravija che in me destava, era stato preludio incoraggiante alli giochetti co’ Letizia, ogni volta che salivamo a sperimentarci ne la grande soffitta. «E qual è l’angelo mio?», interrompeva la contemplazione la mia complice, e ci buttavamo a capriole sul pajericcio di foglie de granturco, su quel lettone di ferro cigolante, strabocchevole de cuscini polverosi, situato proprio sotto l’architrave festonato d’uva. L’angelo villano Mardocheo, quello mezzo lupo e mezzo ebbreo, quello che porta le braghette rosse pe’ spaventà le ragazzine zozze. «Zozze, ma belle!», ribatteva lei, e m’obbligava a sfogliarle di dosso li vestitucci lisi, a scioglierle le fettucce inturcinate alli capelli, mentre pigliava pose infastidite e superbe de perfidiosa donna, e me svillaneggiava co’ voce ad arte piagnucolante: «Alemanno, bruto, patocco de ferro, cucciolo fòra della covata, sgricilato!», ed io che le fustigavo le natiche sode e negrette, e ad ogni ingiuria le amministravo un colpo di frustino, né forte né leggero, bastevole a notarla d’obliquo segno. E lei, tra gridolini, mordeva il grappolone d’uva staccato dal mazzo al nostro arrivo, e me lo lasciava assaggiare, poi, girandosi supina, con la man destra a coprirsi la passerina ancora impubere, «Marchesino, la pioggi!», ordinava. In piedi sul lettone, percuotevo allora col frustino li pappoloni d’uva appesi, una, due, dieci, cento volte, alternandoli con artefatti colpi a vuoto, secondo un ritmo studiato. Una pioggia d’acini, saettava, s’espandeva in nube, cadeva in spergia sacrale sulla perversa bambina nuda, e le quagliava su tutto il corpo un appiccicume de chicchi sfranti, odore di passito, pasto reale, e glieli mangiavo addosso, quei chicchi, glieli mordicchiavo mentre lei, serrati l’occhi, sospirava, lunghissimamente. Fuori, spesso pioveva. Un temporale d’autunno, con lampi corruschi e tuoni ferrigni, pioggia a scroscio, battente a rigare li finestroni di quell’antro aereo. «Letizzia! Letizzia!», chiamava la madre da sotto, cercando la scomparsa nella stalla, in cantina, o nel capanno dell’attrezzi. Lei si rivestiva, con smorfia de disappunto, già donna nei movimenti d’indolente ruganza, e spesso m’allungava una sberla tra capo e collo, «Non vojo che me guardi!». «Ma non te guardo». «Allora, chiudi l’occhi, svelto!». Eseguivo. Dopo alcuni istanti mi sentivo tirare per un’orecchia. «Marchesino orco, tanto anche stavolta non m’hai fatto male!». «La prossima volta, Letizia», e tentavo d’abbrancarla, «ti frusterò più forte d’un Golia». «Maramao!». Piroettava per il grande vano, mi bersagliava con proiettili di mele limoncelle. «Non ci sarà una prossima volta». Lo diceva sempre. Ma sempre ci ricadeva. C’era solo da aspettare il prossimo temporale. Poi, precedendomi rabbuiata, improvvisi i suoi sbalzi d’umore, tenendomi per mano iniziava con me la discesa. E sulla scala di legno, appena sotto il Cristo turco, ecco che le veniva una scena di pianto. Due lacrime, solcavano dritte e lucide le sue guance di melarosa. «Che avemo fatto, Marchesino… è peccato quello che avemo fatto?!». «Non lo so, se è peccato. Ma tu, delli nostri giochi, non devi dì gnente a nessuno». «Nemmeno al prete cappellano?» «Nemmeno a quello». Scendevamo cauti la scala di legno, attenti a non farla scrocchiare.

Arrivati a terra, sentivo un suo bacio caldo e appiccicaticcio sotto de la nuca, mentre canticchiava, sottovoce: Er core de le donne è fatto a limoncello, uno spicchio a questo e a quello secondo come cantavano, lavando al fontanile, le fantesche del circondario. Ed era un mettere le mani avanti, ingegnata precoce, il precorrere la sua stagione matura col darmi l’avvertimento, e il sospetto, che quel gioco non era mio esclusivo, forse lo faceva anche co’ qualche ragazzino del casale.

Una beffa del Marchese del Grillo

Una sera di primavera inoltrata, a metà maggio, una di quelle sere orientali che si provano a Roma quando l’aria odora di mille essenze e il rosso del cielo svaria in un cremisi lussuoso, se ne andava il Marchese del Grillo nei paraggi di Piazza di Spagna, con l’animo sgombro dei giorni spesi bene e una franchezza di pronti pensieri. Nella piazza, la scalinata non c’era ancora, ma c’erano sì scalini. Su uno di questi, vicino al bancone d’un fioraio, tinto di fuliggine da capo a piedi se ne stava sdraiato Giachimone Baciccia carbonaro di Ripetta, ubriaco come una cucuzza tanto che, nel sonno pacioso, con la facciona di traverso su un farsetto ripiegato, mostrava una candidezza di cuore e disinteresse per il mondo che gli ronzava attorno, specialmente per una pipinara diragazzini che avevano cercato a più riprese disvegliarlo,senza riuscirci, talmente di piombo era quel sonno avvinazzato. Nell’incontrare quell’omone steso, con la faccia d’angiolo e li calzoni con la squadratura della braghetta aperta, conseguenza delli ripetuti assalti de’ ragazzini, il Marchese gli diede una guardata, e gli lampeggiò in mente una beffa grandiosa. «Alò, svelti», chiamò me e due altri servitori che lo seguivamo a pochi passi di distanza, tanto lontani da non disturbarlo ma tanto vicini da difenderlo appena attaccasse briga con qualche moraccio tosto, lesto di coltello, «pigliatemi codesto ’mbriaco, e conducetemelo a palazzo». Solleviamo il dormiente e lo issiamo con gran sudore, data la mole, sulla carrozza sportiva del Marchese. «Io vi raggiungo a piedi. Il primo che arriva aspetta». Per il gran traffico di carrozze e il viavai di sfaccendati spesso dal centro al Palazzo del Grillo ci si arrivava prima a pedagna. Insomma, arriviamo quasi insieme. Li stallieri staccano Scipione e Nerone, i due cavalli morelli, e in quattro straportiamo quel corpo fino al piano nobile. «Alò, in camera, ne la stanza co’ l’alcova veneziana». La veneziana è quella dove passa le notti con le dame più privilegiate, loro che al risveglio si pigliano imprevisto spavento, quando improvvise s’aprono le cortine e dalle pareti pendono certi pupazzi, mori insatiriti con la carnaccia appizzata, e un congegno che gli move l’occhi e gitta fumo dalle narici. Detto e fatto. Lo spogliamo dei vestiti laceri e sporchi, lo laviamo con una mistura d’acqua ed essenza profumata e, vestito col pigiama con lo stemma del Marchese, lo sprofondiamo nell’alcova, tra cortine ricchissime, in una stanza grandiosa di mobili e specchi. Il Marchese continua il suo piano, e si veste da maestro di casa. Si siede su un’ottomana e ci congeda con un «Domattina, appena si desta, ve chiamo». Ma prima ci spiega, più a gesti che a parole, alcuni rapidi particolari architettati per reggere lo scherzo. La mattina, e non è nemmeno presto, dato che è già passato da un pezzo il fornaio, ecco un suono argentino di campanello. Accorriamo. Seduto in mezzo al letto, con la faccia arcigna dei morti di sonno sta Giachimone Baciccia.

Si va toccando con due dita il berrettino di seta azzurra. Con l’indice ne stuzzica lo stemma d’oro ricamato in rilievo, e ci fissa attonito, noi tutti che gli stiamo attorno. Come convenuto, all’unisono, gli facciamo l’inchino, quello solenne di tre quarti. E il Marchese attacca. «Felice giornata a Vossignoria! E come sta, Sua Eccellenza ir Principe de Collepardo?». Il Baciccia storce l’occhi, e si guarda attorno, non si sa se più incuriosito o spaventato. «Indove sono?», chiede con un filo di voce, e si sfrega il barbozzo col dorso della mano destra, che trova inanellata. «Come, Sua Eccellenza, già di buon mattino, come al suo solito, prende in giro l’onorata servitù?!…». «Ma io… io so’ Giachimone, quello de Ripetta… aridatemi dunque li vestiti». «Sì, Giachimone Baciccia, er carbonaro! Tale fandonia ce l’ha già detta innumerevoli volte. Sua Eccellenza, al risveglio, è sempre burlone e truffaldino… E che prende, Sua Eccellenza, anche stamattina ir cioccolato?» «Sì… proprio quello», fa intronato la nostra vittima, e continua con l’indice a cincischiare sullo stemma d’oro del berretto. «Alò, servite», fa il Marchese. Dalla cucina arriva una cuccuma svaporante. Gli si versa un cioccolato caldo denso e filante in una tazzona bianca, grande come un pitale. Giachimone, non ancora convinto, tuttavia s’aggiusta meglio sul lettone morbido, e sorbisce a sorsetti, sospettosamente, la gustosa bevanda. Ed ecco il fatto nuovo, e ce lo fa notare il nostro padrone con un’occhiata di sguincio: il Baciccia, mentre degusta il cioccolato, alza ad archetto il mignolone unghiuto. Il Marchese annuisce, e si schiarisce la gola. Quel babbione sta cadendo paro paro nel trabocchetto. «Alò, li vestiti». Quello ha un moto di resipiscenza appena arriva l’abito bello del mio padrone, e tenta la difesa estrema. «Ma io… li clienti, ciò da portare il carretto… La sporco, io, ’sta sciccheria».

Rapido il Marchese, con la voce stridula d’un maestro di casa avvezzo ad essere obbedito in fatto di vestiari e cerimonie, lo redarguisce, dicendogli che lo scherzo è bello quando dura poco, e che se si intestardisce tutte le sante mattine a voler fare la parte del carbonaro, noi del seguito lo possiamo anche capire, e abbozzare e sorriderci sopra, ma non può garantire circa l’atteggiamento e le reazioni d’altre persone, vale a dire i suoi parenti e gli amici, e che l’unica rimarchevole conclusione della faccenda sarebbe per lui, un giorno o l’altro, d’esser preso per mentecatto e straportato di peso in una casa adibita all’uopo, co’ tanto d’urla e stridore di denti, e lui infasciato stretto dalle pezze gelate come ’na creatura. La rimostranza raggiunge l’effetto. Quello s’ammoscia e s’offre docile alla vestizione. Così bardiamo “ir Principe” col vestito, il più sfizioso che abbia il principale nostro. Camicia di lino coi volà ricadenti con sciolta ricchezza. Braghesse al ginocchio, di lanetta bianca, attillate. Mentre gliele calzo, di passaggio, aggiustandolo al cavallo gli dò una spremuta presciolosa al cotogno, e quello fa una smorfia di dolore, ma non fiata. È la volta della marsina color verde oliva, ricamata sui bordi in seta policroma a punto raso con motivi di pampini e grappoletti d’uva. Inutile aggiungere che, stante la differenza di taglia, l’intero vestiario gli sta irrimediabilmente stretto. «Oh che sciccheria!…», esclama il Marchese mentre io, inginocchiato davanti al babbione, gli infilo le scarpe di pelle con la fibbia. «Presto, dategli, al Principe, il fazzoletto fine di Burano, e il bastone col pomo d’avorio, che si esce tutti a passeggiare. La carrozza, la carrozza è pronta?». «Un momento», faccio io, e da una scatoletta piglio una manciata di cipria e ci sbaffo la faccia di Giachimone, mentre il Marchese in persona gli cala in testa la parrucca, quella smoderatamente riccioluta, anticaja che usava il suo padre adottivo, e un servo gliela incipria con una nuvola di polvere d’amido. Il Baciccia tossisce e fa per scatarrare, ma si trattiene, e inghiotte.

Dopo essercelo spupazzato ancora per un pò, gli si fa pendere infine da un fianco lo spadino dorato, sostenuto da una ricca dragona. Allora lo scendiamo per le scale e… dritto in carrozza. Incastrata fra me e il Marchese la nostra vittima ogni tanto cerca di reagire, mentre la vettura cala inesorabile nell’animazione delle strade del centro. Ma arrivati al Corso, quando passiamo tra la gente della mattinata di maggio, facchini e servette, procacciatori e venditori, ecclesiastici e belle donne col mattiniero cicisbeo, e tutti che accennano, si scappellano e s’inchinano al Marchese… ecco che quello ha come una stasi nel serpeggiamento col quale tentava di liberarsi dalla presa, e sporge la facciona sudata, e comincia a goderselo, quello spettacolo della folla che sta in basso, dei villani che s’inchinano, dell’appiedati che si scansano. E si raddrizza, in posizione solenne, ma tutto d’un blocco, che i sussulti della carrozza lo fanno inclinare avanti e indietro come un pupazzo. Giachimone prova l’esaltazione dei miserabili quando sognano, e sanno di sognare, e vivono questa realtà come un risveglio da un brutto sogno, che sarebbe poi la realtà, quella vera, che l’aspetta al lume del giorno. «Da Olimpia!», fa il Marchese, al punto giusto, spezzandogli la prosopopea. Quello s’affloscia. Ha un gemito. «Chi Olimpia?», balbetta. E ricomincia a tremargli il barbozzo. Un pizzico del Marchese. «Come, di nuovo Sua Eccellenza ce arischerza?!», e gli spiega, di sfuggita, che se ancora gioca con gli scambi di persona la casa delli matti sta sempre pronta, con li bavaji e le catene. Argomento persuasivo. Tace, e accetta. Olimpia, gli viene indottrinato, è la sua attuale amante, e tutta Roma lo sa, e nelle feste non si parla d’altro, argomento pizzicoso nei salotti non per la relazione in sé, quanto per le continue trasgressioni che la sua fedeltà patisce, ma nonostante ciò ha già sfidato un pretendente focoso a duello, e l’altro lui l’ha lasciato con uno sfregio in faccia, un virgolone atroce dalla tempia a la ganassa. «Da Olimpia, da Olimpia!», fa Giachimone, e batte le mani, come uno scolaro che finalmente ha capito la lezione. «È estremamente conveniente e decorosa la visita mattutina alla dama del cuore», conclude per lui il Marchese. Arriviamo da Olimpia, che è già stata avvisata. Ci aspetta nel cortile del suo palazzo, vestita con una adrianne da passeggio color lillà, trapunta d’uccelletti d’oro. E il Baciccia, lui s’inchina fino a terra, e si sentono scrocchiare le braghesse, segno d’irrimediabile strappo. Accorre un cagnetto, volpino bastardello, il preferito di madama, che subito l’addenta al polpaccio. L’Olimpia prende in braccio quella suscettibile bestiola, e la culla davanti al “Principe”. «Buono, Briscolino, buono, e non temere, che Sua Eccellenza ti vuole bene». Ma la belva continua a ringhiargli contro. «Dispettosaccio», dice l’Olimpia rivolta adesso al supposto amante, imbambolato, come davanti a una visione troppo ricca. «Dispettosaccio», ripete, e gli preme un indice sul naso, «fai sempre quella faccia miracolata, come se mi vedessi ogni giorno per la prima volta, ma questa meraviglia che metti nelle azioni e che i tuoi parenti malignamente interpretano, per me, sappilo, è oltremodo piacevole». Il Baciccia s’adatta. Anche perché ha scoperto l’appetitosa scollatura della dama da dove traboccano due seni vellutati, eretti e carnali, da tentare più d’una congrega di Sant’Antonii romiti nel deserto. «Andiamo, dunque», ordina Olimpia, e se lo trascina dietro, sottobraccio. Il Marchese mi fa l’occhietto, segno che la beffa lecitamente s’estende fino al previsto. Salgono la scala. Briscolino è tutto un ringhio che rintrona. Noi dietro. Arriviamo al pianerottolo del piano nobile. Olimpia licenzia il cagnetto, tutto pelo gialliccio, co’ gli occhi di bragia ed un nasino aristocratico all’insù. A terra, la bestiola tenta di mordere di nuovo il gambone del Baciccia, ma quello si scansa in tempo.

E Briscolino, dopo alquante baruffe e schiamazzi autoritari, se ne scende per le scale, inseguito dal riso squillante d’Olimpia. Vanno nel salotto. Noi ci rintaniamo in una stanza attigua, dietro una porta occultata da un paravento, e ci sediamo su delle capaci seggette. Olimpia, dev’essersi accostata alla porta, infatti la sua voce si distingue chiara. «Oh, Principe mio, quanto mi piacciono queste vostre mani paccute… e quand’è che imparate a suonare il cembalo?… e Principe di qua, Principe di là, quanto siete rude e genuino che parlate come un carbonaro… e stasera non posso… l’appuntamento semmai è per domattina, nel giardino di Villa Ludovisi, io porterò la moretta argentata, e voi mi farete il richiamo della cinciallegra… e poi ci sarà una colazione all’aperto, sotto il boschetto di carpini, e giocheremo infine con la canofiena…». Irrompiamo noi, all’improvviso, e troviamo Giachimone in ginocchio e l’Olimpia seduta che morde un ventaglietto per non rivelare, con riso indesiderato, la finzione della parte. E ce lo portiamo via, recalcitrante, giù per le scale, mentre la dama s’affaccia alla balaustra e manda baci, baci sulla punta di quelle dita di giunchiglia. Il “Principe” grugnisce. Non gli è andata affatto quell’alzata di tende, specie in un momento talmente propizio che… ma il Marchese ci mette poco a convincerlo che quella fretta ha un motivo: si fa tardi per il convito, e c’è ospite un alto prelato, di quelli pieni di superbiosa voglia di discutere e mangiare. Arriviamo a palazzo che il coco Menico, rosso fiammante, mascherato com’è da Cardinale, s’è già piazzato, con la panza che si ritrova in bella mostra al centro della tavola e, appena lo vede, si toglie lo zucchetto, e gli fa baciare una stella appesa al petto, che di croci in casa non se n’è trovate, e l’esorta: «Principe, orsù, magnamo! M’avete fatto attendere troppo, mentre io co’ voi dovevo concludere un affare importante, quello dell’enfiteusi delli vigneti ch’io posseggo a Zagarolo», e mentre lo sproloquio continua ci sediamo di fronte al coco, che ci sta proprio bene calato in quella parte, e continua con tutta naturalezza: «Questo affare io ve lo propongo per l’alti meriti che avete acquisiti difendendo la mia sagra persona dalle mire di certi creditori giudii arrabbiati, e… Principe vedete, io…», e mentre dice “Principe” intercala, bevendo a garganella da un bucaletto, col pericolo di prendere anche lui la sbronza, se non lo fermasse lo sguardo imperioso del Marchese. Arrivano le portate. Calamari grossi con contorno di cipollette battute. Carpioni freschi co’ uva passa ed erbucce. Gelatina di pesce in cannoncini di più colori, e lampredozze di Tevere fritte. Tutta una sequela di pesce, ché siamo di venerdì e il Marchese lui non offende l’astinenza nemmeno nell’imperversare d’uno scherzo. Giachimone s’abbuffa. Non usa forchetta o coltelluccio, abbranca tutto con le mani. Io gli riempio di continuo il bicchiere con un vinello bianco frascatano che addora dove si posa. Quello tracanna, e mangia, e ribeve. Il Marchese gli fa scivolare per giunta nel bicchiere un’unghiata di polveretta sonnifera e quel fetente, alla fine, due ore che mastica e sbadiglia, finalmente strabuzza l’occhi e rotola sotto la mensa. «Alò, presto, spogliatelo d’ogni artificio, e rivestitelo da carbonaro», fa il Marchese, «che il balordo ha già avuto la sua parte, e domattina s’abbuscherà il finale». Lo lasciamo dormire tutta la notte su una panca. E al mattino lo carichiamo, più pesante d’una trave, sulla carrozza. Dorme, Giachimone, a bocca aperta, e ronfa innocente durante lo straporto. Non deve avere più di quarant’anni, ma è di quella parte umana che, per la vita stitica e il destinaccio meschino, già da giovane pare anziano. È la prima mattina. Sullo stesso scalino dove l’avevamo trovato, con lo stesso farsetto panonto sotto la faccia arrovesciata dorme il Baciccia. Il Marchese è lì, come per caso, ad aspettare il risveglio. Passa gente. Servi, facchini, lacchè e mestieranti, ricomincia il movimento e il rumore di questa città-alveare. Finalmente quello apre un occhio, poi un altro, se li stropiccia e s’accorge delli vestiti sbrindellati. Richiude gli occhi. Ma ecco che arriva Santaccia, la moglie, avvisata espressamente, la quale piomba furiosa nella scena e lo ghermisce, lo scuote e svillaneggia. Quello s’alza, tarantolato, e si va toccando con l’indice la testa, ci trova un feltro moscio e si lamenta: «Il berretto co’ lo stemma… dov’è il berretto co’ lo stemma d’oro del Principe di Collepardo?». Ma la donna non sente ragioni, strilla con voce enorme, scrolla malamente quel suo produttore di guadagno che ha osato prendersi una vacanza inaspettata. «Te lo dò io, er Principe», s’agita l’erinni, e lo tira per i capelli, «so’ due giorni che nun me torni a casa, scansafatiche magnaùfo!». «Sortileggio!», strilla il Baciccia, «qui c’è stato un malocchio, l’opera d’una fattucchiera… ieri ero Principe, e oggi so’ carbonaro…». «Tiè, questa è per il Principe, e questa per li clienti che m’hai mannato in bianco». «Sortileggio!». E i due micragnosi s’allontanano, figurette da teatro, in d’una nuvola di polvere, mentre noi ci torciamo in crudeli risate.